Un altro genere di storia | Speechless Magazine

Un altro genere di storia

Mentre il 14 febbraio scorso era in corso il “One Billion Rising”, un flash mob mondiale contro gli abusi di genere, nella stessa giornata, presso l’Aula Magna dello storico Palazzo Bo dell’Università degli Studi di Padova ha avuto il suo inizio ufficiale il VI Congresso della Società Italiana delle Storiche (SIS). Si è trattato di un evento spalmato lungo l’arco di tre giorni, dispiegatosi tra i locali ricchi di storia del Bo, la sede in via Vescovado del Dipartimento di scienze storiche, geografiche e dell’antichità (DiSSGeA) e infine l’Auditorium Santa Margherita dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.

La SIS è nata nell’ormai lontano 1989 e promuove da più di vent’anni la ricerca storica, didattica e documentaria focalizzate sulla storia di donne e di genere. Attualmente, tra le socie presenti sin dai giorni della sua fondazione e le molte laureate che più recentemente vi hanno aderito, conta circa 300 iscritte. Le ritroviamo impegnate in pratica in tutto l’ampio spettro delle discipline storiche, svolgendo il loro lavoro di ricerca non solo relativamente agli aspetti politici e sociali del passato ma anche culturali e religiosi. Durante il suo primo decennio di vita, sino al ’99, è stata pubblicata la newsletter Agenda mentre in seguito nel 2002 ha fatto la sua comparsa la rivista Genesis. Non si creda però che la SIS sia sorta all’interno di un deserto, infatti si è sempre mossa all’interno di una logica di continuità con le precedenti esperienze di ricerca e di incontro che si erano già viste in passato nel nostro paese. Si pensi, ad esempio, a Memoria, il primo periodico in assoluto a essere incentrato sulla storia delle donne in Italia, edito tra il 1981 e il ’91. Partendo da simili presupposti, lo statuto SIS “si propone di valorizzare l’esperienza e la soggettività femminile mediante la ricerca e l’approfondimento del patrimonio di saperi derivante dalla storia delle donne e delle relazioni di genere”.

Grande attenzione viene data sia alla promozione della formazione di studenti ambosessi, nelle scuole e nell’università, sia alla ricerca portata avanti dalle studiose e dagli studiosi appartenenti alle nuove generazioni. Ricordiamo qui, a titolo di esempio, le giornate di studio della Scuola Estiva, articolate in lezioni, seminari e lavori di gruppo, che si svolgono presso il fiorentino Centro Studi Cisl, rivolte non solo a studentesse/i universitari, a dottorande/i e a insegnanti, ma anche a chi è impegnato nelle istituzioni, nelle associazioni, nei sindacati e nel mondo del lavoro. Inoltre il Premio “Franca Pieroni Bortolotti”, organizzato in collaborazione con il Comune di Firenze, premia le migliori ricerche di storia delle donne e di genere; in seguito edite dalla casa editrice Giunti, all’interno della collana “Generazioni”.

La SIS dunque è tutt’altro che un’associazione isolata, chiusa ad altre realtà; basti pensare alla collaborazione con Istituto per la Cultura e la Storia d’Impresa “Franco Momigliano” (Icsim), il quale assegna annualmente il Premio “Gisa Giani” a studi pubblicati incentrati sulla storia del lavoro femminile.

La SIS organizza seminari e convegni, in collaborazione con le amministrazioni locali, con le istituzioni universitarie e altri enti; in particolare il Congresso SIS, giunto quest’anno alla sua sesta edizione, si tiene con una cadenza triennale. Quest’ultimo, con il suo vivace respiro internazionale, è stato per gli studiosi una preziosa occasione per confrontarsi e per dibattere sulle ricerche in corso, sulle metodologie in uso, sui temi e sulle chiavi interpretative, con un occhio rivolto ai possibili apporti utili offerti dalle altre discipline. Insomma, si è trattato di un approccio a 360° che si è mosso nello spazio e nel tempo, dall’antichità alla contemporaneità attraversando anche più di un continente, oltrepassando in tal modo gli angusti confini di una limitante storiografia euro-centrica.

Partendo dalle parole in apertura dei lavori della presidente SIS Isabella Chabot e dalla lectio magistralis della storica di Princenton Joan Wallach Scott, The uses and abuses of gender, giungendo sino alla conferenza di chiusura dell’economista indiana Naila Kabeer (Marriage, masculinity and motherhood in the global economy); si può ben dire che non vi sia stato alcun aspetto degli woman’s studies e della gender history (storia di genere) che qui non sia stato sviscerato.

Il succedersi delle giornate è stato scandito dalle diverse “Sessione Panel”, a loro volta articolate in più “Panel” che riunivano al loro interno gli interventi dei numerosi relatori e relatrici convenuti. Rendere conto di tutti i lavori che sono esposti è sostanzialmente impossibile, del resto la stessa struttura del convegno, con più “Panel” contemporanei, imponeva di necessità di fare una scelta. Chi scrive, medievista e al tempo stesso archeologo industriale, si è ritagliato una specie di percorso d’ascolto tra l’evo di mezzo al ventesimo secolo, con particolare attenzione agli studi sulle realtà lavorative, sociali e famigliari. Le sorprese a riguardo, posso assicurarlo, non sono state poche. Un ruolo non semplicemente ancillare del lavoro delle mogli, cioè di mero ausilio a quello dei loro mariti, è emerso in “Parentela e ruoli di genere nelle famiglie artigiane tra Medioevo ed Età moderna”, laddove è stata sottolineata l’importanza del lavoro femminile in realtà pre-industriali assai diverse dal nostro presente. Pare infatti che le consorti degli artigiani svolgessero un ruolo complementare a quello dei loro uomini, in qualità di socie vere e proprie.

Del resto anche analizzare i primi film novecenteschi come se fossero dei documenti storici, non tanto come delle opere d’arte, in “Donne sullo schermo. La costruzione di genere nel cinema della prima metà del Novecento italiano”, ha portato all’attenzione del pubblico dei fatti prima insospettabili. È stata attesta durante l’epoca del muto l’esistenza di svariate figure femminili di rilievo, ad esempio cineaste e fotografe, nella realtà organizzativa e produttiva dell’industria cinematografica. Costoro ricoprivano incarichi di spicco in campo artistico come in quello imprenditoriale, persino in paesi extraeuropei come l’Egitto, la Tunisia e la Cina. Per quanto riguarda l’Italia, ci si imbatte in personalità spiccatamente moderne, ad esempio nella figura pionieristica dell’attrice comica e cineasta Lea Giunchi. Quest’ultima è stata capace di affrontare in chiave ironica tematiche scottanti come le molestie sessuali sul posto di lavoro, oppure la volontà di ridurre la donna a bambola, a mero oggetto imbellettato, da parte della conservatrice società patriarcale. Invece, forse quel che colpisce di più in “Il nemico in casa. La violenza domestica contro le donne tra sanzione giuridica e rappresentazioni culturali”, non è solo l’enumerazione pressoché infinita delle prevaricazioni plurisecolari dei maschi nei confronti delle femmine, quanto piuttosto il loro perdurare inalterato nel tempo, seppure in forme diverse. Inquietanti pure le assonanze con il nostro presente, per nulla liberatosi da una simile piaga.

Si consideri l’Italia longobarda alto-medievale, laddove anche una donna libera era perennemente sottoposta all’eterna vigilanza di un uomo detto mundualdo, in genere a ricoprire tale ruolo era chiamato il padre, oppure un altro parente o il marito. Tale tutore esercitava il mundio nei suoi confronti, cioè un tipo di controllo analogo a quello che gli antichi romani chiamavano patria potestas. Ella non aveva il pieno usufrutto dei propri beni, di cui non poteva disporre senza l’assenso del tutore. Inoltre quest’ultimo aveva pure il diritto legale di punirla (anche con la morte) per le colpe da lei commesse, come l’adulterio ad esempio, oltre che al solo scopo di plasmarne il carattere e il comportamento. Onde trasformare quella che era a tutti gli effetti una minus habens, un’eterna bambina bisognosa di protezione, in una perfetta donna di casa. Spostandosi tra il tardo – medioevo e l’inizio dell’evo moderno, si attestano invece diversi casi di nozze forzate; accompagnate da un maggiore o minore grado di ribellione delle sventurate alle implacabili politiche famigliari a cui erano costrette a piegarsi. Qui ci imbattiamo in ben documentate violenze coercitive, sia fisiche che psicologiche, a cui le vittime non potevano sottrarsi e che avevano l’unico scopo di portarle controvoglia alle nozze. Non mancano neppure le attestazioni di cerimonie portate avanti con le armi in pugno, per intimorire queste ragazze riluttanti, oltre a tardive opposizioni ai desideri dei genitori, proprio al termine di quelle sgradite cerimonie nuziali a cui le giovani erano state costrette. Tali prevaricazioni vedevano pure le madri solidali con i mariti piuttosto che con le loro figlie, spesso minacciate da costoro di essere maledette se non si fossero decise a unirsi con lo sposo predestinato. In un sistema simile la prevaricazione e la discriminazione non erano unicamente di carattere sessuale ma anche generazionale; poteva capitare che gli stessi figli maschi dovessero fare i conti con la violenza dei loro padre – padrone. La scelta di una compagna non approvata dal gruppo famigliare, perché si trattava di una cortigiana o di una giovane di estrazione sociale inferiore, poteva far scattare delle severe misure punitive nei loro confronti. Una certa resistenza femminile, di intensità variabile naturalmente, alle pressioni di un mondo esterno ricolmo di pregiudizi e preconcetti, tentativi tra mille difficoltà di crearsi un proprio spazio e di potersi realizzare, sia in ambito lavorativo che in quanto persone; ecco alcune delle costanti che credo che emergano dalle esposizioni delle più disparate tipologie degli studi esposti nel corso di questo convegno. Perché un altro tipo di storia è possibile, attenta alle questioni di genere e a come esse hanno plasmato, nel bene e nel male, il mondo in cui viviamo. Per chi fosse interessato, la homepage del sito della SIS è raggiungibile a quest’indirizzo: www.societadellestoriche.it

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