Startup nell’editoria: è il caso di entusiasmarsi? | Speechless Magazine

Startup nell’editoria: è il caso di entusiasmarsi?

Con la crisi economica e la disoccupazione giovanile in ascesa, c’è un argomento che molti giornalisti amano trattare: le startup. Ma quanto è controcorrente parlare di startup mentre le aziende chiudono e i lavoratori vengono messi in cassa integrazione? In un quadro desolante e senza speranza, l’idea di un gruppo di giovani pieni di entusiasmo e di energia che si mettono in proprio e investono su loro stessi non è solo una vera e propria boccata di ossigeno, è una vera notizia già bell’e confezionata! Il mondo editoriale non può sfuggire a questo meccanismo e quindi ecco fioccare notizie sulle startup di settore. La cosa curiosa di questa eccitazione giornalistica, per il fenomeno delle startup, è che viene dato grande risalto agli aspetti positivi — promozionali? — mentre restano nel silenzio i possibili lati oscuri della faccenda.

Cominciamo dai fatti, partendo da Milano e dalla fondazione di lePubblicAzioni, una rete di professionisti della comunicazione e dell’editoria. I P.Az — così si chiamano i componenti del gruppo — offrono le loro competenze ad autori, editori, associazioni e aziende. Di cosa si occupa questa rete? Di tutto: cura il vostro manoscritto, vi fa da agente, promuovo il libro con eventi e social media, vi costruisce un sito e vi confeziona anche il booktrailer. I P.Az sembrano gli Avengers della comunicazione delle imprese editoriali. Spulciando il sito, salta subito all’occhio la scelta — da parte dei componenti del network — di mettere letteralmente la faccia, riflesso di una scelta comunicativa improntata sulla trasparenza e l’affidabilità, come appare evidente anche dai testi in cui viene spiegato nei minimi dettagli — costi e tempistiche inclusi — il servizio offerto: davvero un ottimo modo per presentare il proprio lavoro.

Il secondo esempio arriva da Roma, con West Egg: proprio come lePubblicAzioni si occupa di comunicazione, marketing e promozione ma al centro delle attività c’è essenzialmente l’editing: grande attenzione al servizio di consulenza e valutazione del manoscritto e, nel caso in cui ci sia del potenziale, un gran lavoro di limatura e revisione per poterlo poi presentare all’editore più adatto. Chi ha creato West Egg proviene da una lunga esperienza presso Fazi e promette di dare un responso all’autore sulla validità della propria opera in tempi brevi e ragionevoli, in barba alla tempistica canonica dell’editoria tradizionale.

Effettivamente, su un piano imprenditoriale, l’atteggiamento celebrativo della stampa di fronte a questo fenomeno è comprensibile: con questi esempi di professionalità, intraprendenza e creatività viene voglia di gridare al miracolo, ed è per questo che facciamo un grosso in bocca al lupo a lePubblicAzioni e West Egg. Ma su un piano editoriale, come giudicare questo processo di polverizzazione delle case editrici? Da una parte, questo fenomeno sembra un semplice meccanismo di risposta al nuovo mercato editoriale, espanso dalle infinite possibilità del digitale. Perché non intercettare i bisogni di chi si vuole autopubblicare senza scadere nella produzione di un ebook sciatto e scadente? Oppure perché non aiutare chi vuole proporre il proprio manoscritto ad una casa editrice, ma vuole farlo al meglio, per aumentare al massimo le probabilità di essere pubblicato e, in caso, ricevere la giusta promozione? Se è vero che ci sono più scrittori che lettori, è del tutto legittimo aprirsi alle loro esigenze e cogliere l’opportunità.

Dall’altra parte, però, sorge un dubbio: il mercato del digitale, più fluido e innovativo, ha già una forza di attrazione così potente da strappare le personalità più brillanti dal mondo editoriale tradizionale oppure è proprio il mercato tradizionale a generare una forza centrifuga, a spingere chi si occupa di editing e comunicazione ad abbandonare la casa editrice? Insomma, si abbandona la nave perché si ha voglia di fare una sana nuotata verso nuovi orizzonti o perché banalmente la nave sta affondando? E quali saranno le ulteriori evoluzioni di questo processo? Se le case editrici delegheranno ad agenzie esterne il lavoro intellettuale di selezione delle opere e di editing, per chi vuole vivere di scrittura questo non rappresenta un’ulteriore barriera da superare — anche economica — per vedere il proprio lavoro pubblicato?

Nel simpatico libercolo Io avevo paura di Virginia Woolf, l’apprendista Richard Kennedy descriveva in questo modo il criterio di selezione della Hogarth Press, la mitica casa editrice di Leonard e Virginia Woolf: “Questa mattina LW mi ha dato da battere una lettera per restituire all’autore un manoscritto rifiutato. Devo dire che la lettera era breve e non troppo cortese. LW ritiene che le persone o sono capaci di scrivere oppure no, e se non lo sono non vale la pena perderci del tempo. La lettera era di due sole righe: «Gentile signore, ci spiace di non poter accettare il manoscritto allegato. Distinti saluti».” Mentre si stampavano libri, gli autori erano ospitati per un tè e i commessi di libreria contrattavano il prezzo delle copie da acquistare. In spazi ridotti e praticamente senza personale, la Hogarth Press gestiva tutte le fasi di produzione di un libro.

Accadeva quasi cent’anni fa. Nel frattempo, il mercato si è evoluto e la filiera editoriale si è allungata e frazionata. La frontiera digitale ha allargato l’universo editoriale e tutte le varie professionalità che compongono la filiera devono attraversare le forche caudine delle nuove tecnologie per ridefinirsi. Quale ruolo avrà l’editore nel momento in cui rinuncerà a decidere per chi vale la pena perdere del tempo, quando il tempo non sarà più il suo ma quello di professionisti esterni?

di Andrea Marzella

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    Speechless Magazine è una rivista on line, ma non lo è fino in fondo. Ovvero, non nasce con queste premesse. Potete, infatti, scaricarla gratuitamente, ma l’idea è quella di un prodotto dell’editoria vecchia scuola. Idealmente sfogliabile, è tanto ricca dal punto di vista grafico da trasbordare la bidimensionalità dello schermo.

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