“Lo Hobbit”: un libro per domarli | Speechless Magazine

“Lo Hobbit”: un libro per domarli

«Con l’uscita imminente della prima delle tre parti dell’adattamento de “Lo Hobbit” a firma di Peter Jackson, ho rivisitato il romanzo di J.R.R. Tolkien del 1937, che non avevo più aperto dai tempi della mia adolescenza. Rileggere “Lo Hobbit” si è trasformato in qualcosa di molto simile a una rivelazione. In passato, l’avrei considerato nulla di più di uno stuzzichino per il banchetto de “Il Signore degli anelli”. Ora ho compreso che è una pietanza perfettamente bilanciata in se stessa – che ti lascia piuttosto sazio e rimpinzato. Si potrebbe dire che “Lo Hobbit” è una lettura migliore e più soddisfacente del suo pantagruelico seguito. Di seguito alcune argomentazioni in favore del piccolo libro.

1. Solo un hobbit

C’è una ragione se Tolkien comincia entrambi i romanzi ponendo i suoi protagonisti hobbit fuori dalla Contea. Gli Hobbit, sebbene in possesso di molti mirabili tratti, possono essere una noia, specialmente se in gran numero. Uno è abbastanza. Quattro sono troppi. Dopo milleduecento pagine de “Il Signore degli anelli” ne ho avuto proprio abbastanza dello struggersi senza fine degli hobbit per la loro casa e il loro fastidioso lamentarsi di non poter avere una seconda colazione. Particolarmente irritante è Sam Gangee, il leale, gentile servo che accompagna Frodo fino al Monte Fato e insiste a chiamarlo “Mr. Frodo “per tutto il tempo. Devoto in modo irragionevole e masochisticamente dimentico di sé, lo si può considerare come la più autentica espressione dell’essere un hobbit. No grazie. Io trovo Bilbo, l’eroe del libro precedente, un personaggio di gran lunga più coinvolgente. Agogna, sì, le comodità della Contea durante il suo viaggio verso la Montagna Solitaria, ma non è esattamente una persona diretta. È un opportunista, pronto ad aggirare le regole quando gli fa comodo. Si raggira Gollum con un enigma non esattamente kosher. Ruba l’Archepietra dal tesoro di Smaug e la usa come merce di scambio e nasconde l’anello magico ai suoi compagni più a lungo che può. La prossima volta che rileggerò “Il Signore degli Anelli” Sono sicuro che mi chiederò “che farebbe Bilbo?”

2. Un sacco di nani

Propongo una regola: il rapporto tra nani e hobbit è direttamente proporzionale alla qualità del racconto. Wagner e Walt Disney lo avevano capito. Pomposi e irritabili, operosi ma imbranati, i nani sono molto più piacevoli da leggere degli hobbit. Sebbene sempre motivati dall’oro, loro producono tanto quanto prendono. Fabbri qualificati, minatori e ingegneri, sono responsabili di molte delle meraviglie della Terra di Mezzo. Moria sta a un buco hobbit come le Piramidi stanno a un cottage col tetto di paglia. C’è solo un nano ne “Il Signore degli anelli”: Gimli. Egli è il figlio di Gloin, uno dei compagni di Bilbo ne “Lo Hobbit”. (Gloin fa una breve apparizione al Concilio di Elrond, ma questo conta poco.) Avere un nano nel tuo romanzo fantasy epico è come avere un acrobata in un circo. Hai bisogno di una troupe! Il povero Gimli non è solo incaricato di proteggere il Portatore dell’anello, ma anche di fornire la maggior parte del comico nella trilogia. Al contrario, “Lo Hobbit” dispone di una dozzina di nani ed è più ricco proprio per questo. Chi non simpatizza con un gruppo di rifugiati scontrosi, barbuti che sono stati sfrattati dalla loro patria da un despota avido? Il fatto che litighino, si rifiutino di ascoltare le indicazioni, e finiscano per iniziare una guerra rende solo più divertente leggere di loro.

3. Giusto un po’ di Gollum

Come gli hobbit, Gollum tende a diventare piuttosto noioso nelle pagine finali de “Il Signore degli anelli”. Chiudi il libro e non vuoi mai più vedere la parola “prezioso”. Uno sguardo alla cronologia alla fine de “Il ritorno del re” rivela che, al tempo in cui Bilbo prende l’anello da lui ne “Lo Hobbit”, Gollum aveva vissuto nella sua piccola e limacciosa isola sulle Montagne Nebbiose per circa cinquecento anni. L’anello, ottenuto con il delitto, lo ha reso pazzo e la gente pazza – come chiunque viva in New York City può attestare – dopo un po’ ti usura. Ne “Lo Hobbit” dobbiamo sopportare le chiacchiere fra sé in terza persona di Gollum per un singolo capitolo, ma ne “Il Signore degli anelli” lui accompagna Frodo e Sam attraverso centinaia e centinaia di pagine. “Questa creatura è in qualche modo legata alla mia missione” Frodo dice a Faramir in “Le Due Torri”. È la più grande sottovalutazione di tutti i tempi. Frodo avrebbe potuto fare un grande favore a tutti lasciando uccidere Gollum agli uomini di Faramir alla Piscina Proibita. A pensarci, Bilbo avrebbe dovuto probabilmente farlo fuori nel primo libro.

4. Un drago

Nessuna immagine è più centrale nella letteratura fantasy di quella del drago seduto su un mucchio d’oro. Rispetto a tutte le magnifiche creature della trilogia dell’Anello, non c’è nessuna bestia così grande e imponente come Smaug, la scontrosa lucertola alata che ha espropriato i nani della loro casa e del loro mucchio di tesori. Tolkien, che ci sapeva fare con i nomi, non ne ha mai tirato fuori uno migliore. Il suo colpo di genio, però, è stato fare di Smaug un personaggio, non un mostro. Smaug combina la condiscendenza altezzosa di un egocentrico e l’istinto omicida di un superpredatore. È un Gordon Gekko con un lanciafiamme. Smaug usa l’astuzia altrettanto bene quanto il fuoco nel trattare con i suoi nemici ed è, in ultima analisi, un tratto caratteriale molto umano – l’arroganza –  che lo annienta.

5. Nessun Tom Bombadil

Saggiamente tagliato da Jackson dalla versione cinematografica de “Il Signore degli anelli”, Bombadil è il Johnny Appleseed della Terra di Mezzo, un ideale, l’uomo rustico, e anche uno dei personaggi più irritanti di Tolkien. Identificato come “il Signore di foresta, acqua, e collina”, vive con una donna di nome Baccador in una casa nella foresta incantata e fornisce assistenza e riparo agli Hobbit all’inizio del loro viaggio. Bombadil combina molte delle peggiori caratteristiche di Tolkien come scrittore: un eccesso di idealizzazione del mondo naturale, l’amore effusivo del canto e della poesia, e la totale assenza di libido. (Non si può davvero immaginare Bombadil andare d’accordo con Baccador). Bombadil all’inizio si annuncia agli Hobbit come se camminasse sul palco in un’opera di Gilbert e Sullivan:

Hey dol! Merry dol! Ring a dong dillo!
Ring a dong! Fal lal the willow!
Tom Bom, jolly Tom, Tom Bombadillo!

È anche, come si può vedere, uno che eccede nell’uso del punto esclamativo, che è sempre un tratto sospetto. Al contrario, “Lo Hobbit” dispone di Beorn, un personaggio più complesso che assolve a molte delle stesse funzioni di Bombadil. Beorn dà a Bilbo e ai nani riparo nel loro viaggio e condivide con Bombadil la profonda connessione al mondo naturale. Eppure è disegnato in maniera credibile sia come irascibile sia, in qualche modo, sinistro. “Può essere terribile quando è in collera” così Gandalf mette in guardia i nani. Beorn sarà pure un vegetariano, ma è anche “un muta-forma”, che diventa un minaccioso orso nero quando non è in forma umana. Non si può evitare di pensare che potrebbe prendere a calci nel sedere Tom Bombadil.

6. Non si menziona la guerra

La trama de “Lo Hobbit” non potrebbe essere più semplice: andiamo su per le montagne e attraverso le foreste verso la dimora di Smaug. Uccidiamo il drago, prendiamo l’oro. È la vera essenza di una storia di avventure. Verso la fine del romanzo, le faccende diventano un poco politiche, quando Bilbo e i nani si vengono a trovare al centro di una guerra fra gli Uomini del Lago, gli Elfi della Foresta, i Goblin e i Mannari selvaggi, ma l’origine di tutta questa ostilità è semplice da comprendere: il tesoro.

Al confronto, invece, la trilogia de “Il Signore degli anelli” è stata gravata con tutti i tipi di allegorie riguardanti il mondo reale. Sauron è Hitler. Saruman è Mussolini. La Compagnia dell’Anello sono gli Alleati. L’Unico Anello è la bomba atomica. Le battaglie orribili di Minas Tirith e il Fosso di Helm sono tratte dal servizio di Tolkien in trincea. “Lo Hobbit”, scritto prima della seconda guerra mondiale, appartiene ad un mondo più attraente e innocente.

7. Nessun interesse amoroso

Come è stato osservato per Tom Bombadil e Baccador in precedenza, il sesso e il romanticismo non sono il forte di Tolkien. “Il Signore degli anelli”, presenta una serie di affari amorosi non del tutto convincenti: Aragorn e Arwen, Eowyn e Aragorn, Sam Gamgee e Rosie Cotton, ecc.  ”Lo Hobbit” ci dispensa da tutto questo. In realtà, “Lo Hobbit” ci dispensa dalle donne, del tutto. Bilbo, Gandalf, Beorn e i nani sono svincolati dalla necessità di corteggiare e conquistare damigelle. Questo potrebbe essere un difetto in termini di mondo reale, ma gioca a favore per i punti di forza di Tolkien come narratore: mistero, suspense e azione. Non a caso Tolkien relegò la storia completa della romance fra Aragorn e Arwen in un’appendice alla fine di “Il ritorno del re.”

8. Novecento pagine di meno da leggere

La mia prima lettura de “Il Signore degli anelli” ebbe luogo durante un viaggio in macchina attraverso il paese quando avevo quindici anni. È il libro perfetto per le vacanze estive giovanili – o per una permanenza in un confinamento solitario. In giorni come questi, con bambini, carriera, e molte altre cose di cui preoccuparsi, un romanzo di milleduecento pagine (soprattutto uno che contiene Tom Bombadil) è troppo da contemplare. Ma, trecento pagine, ce la posso fare. Ho viaggiato con leggerezza e facilità attraverso “Lo Hobbit” in una settimana, leggendolo soprattutto dopo che i miei figli erano andati a dormire. C’è solo una story line da seguire. Non c’è bisogno di imparare un sacco di storia o ricordare un sacco di nomi. E l’eccitazione non si ferma mai davvero.»

Traduzione dell’articolo di Jon Michaud, The Hobbit: a Book to Rule Them All, pubblicato su The New Yorker

Conclusione? Che andiate o no a vedere al cinema “Lo Hobbit”, il consiglio è che davvero vale la pena di leggere il libro!

    Antonella Albano

    Antonella è nata nel 1962 e si è laureata in Lettere classiche. Lavora nella scuola e dal 2001 è insegnante di ruolo in una scuola superiore dove insegna italiano e storia. Legge da quando si ricorda, leggerebbe sempre. Affetta dalla sindrome di Peter Pan, infatti ha seguito per anni i fumetti poi si è appassionata al telefilm Buffy The Vampire Slayer, che rimane un must per lei, e poi a un numero imponente di serie tv. E' profondamente cattolica, ma ha un lato inevitabilmente dark, adora La Divina Commedia e Harry Potter. Nel mezzo del cammin della sua vita ha deciso di scrivere.

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