La sorpresa di Benedetto | Speechless Magazine

La sorpresa di Benedetto

Se la sua elezione al soglio pontificio non stupì nessuno, in quanto più stretto collaboratore del predecessore, Benedetto XVI ha optato per un’uscita di scena che non potrà essere dimenticata. Erano seicento anni, da Gregorio XII nel 1415, che un papa non si dimetteva, e nessuno mai lo aveva fatto per manifesta stanchezza: «Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino».

E di nuovo, come immediatamente dopo la sua nomina, nell’aprile del 2005, si sprecano i confronti con Giovanni Paolo II. Ratzinger e Wojtyla non potevano essere più diversi. Tanto GP era carismatico, tanto B è timido e riservato; tanto era affettuoso e carnale il primo, un vero animale da palcoscenico, tanto il secondo pare a disagio nei confronti di qualsiasi dimostrazione d’affetto da parte dei fedeli. E mentre papa Wojtyla aveva tenuto duro, nonostante il Parkinson lo stesse divorando, perché il Cristo non era sceso dalla croce, quindi non l’avrebbe fatto neppure lui, ergendosi a campione eroico di ammalati e disabili, Ratzinger fa un passo indietro, non perché la salute gli difetti, ma perché si sente troppo vecchio per combattere. E in questo sta, paradossalmente, la sua grandezza. Ha avuto il coraggio di dire: non posso più andare avanti, non sono più in grado di farlo. Ha messo da parte l’orgoglio, la paura del giudizio, la certezza dell’ombra dello scandalo: già si sono scatenati i complottisti in Rete, tutti novelli Dan Brown, con la differenza che Brown racconta storie, e i complottisti pensano sia realtà.

Da uomo, si è guardato allo specchio e si è detto la verità, fedele solo a se stesso, in un certo senso ribellandosi anche a quel Dio in cui crede, e che gli aveva affidato un compito da portare avanti fino alla fine della sua esistenza. Un papa che smentisce la propria infallibilità. Ha ammesso di essere fragile; poteva scendere dalla croce e, al contrario di Giovanni Paolo II, ha sfruttato questa possibilità. È sceso. Se n’è andato, pare confrontandosi solo col fratello. Benedetto XVI è un intellettuale raffinato, e per questo spesso lontano, ma questa sua scelta è una lezione universale: non c’è vergogna nell’ammettere che non si è in grado di fare qualcosa, che si sono sovrastimate le proprie forze o che il tempo passa e il corpo invecchia, e i pesi si fanno via via più difficili da trasportare. Anche noi, nel nostro piccolo, manteniamo una serie di impegni per abitudine, per obbligo, per orgoglio, che ci logorano, ci tolgono energia e non ci danno nulla in cambio.

Se lo ha fatto uno degli uomini più in vista e giudicati del pianeta, cosa impedisce anche a noi di liberarci di qualche fardello? Ammettere le nostre debolezze e imperfezioni; accettarle serenamente: no, scusa, questo non posso (più) farlo. In quest’ansia che ci logora, e ci spinge verso modelli mediatici sempre perfetti, sempre di successo, eternamente efficienti e giovani, ci siamo dimenticati di quanto sia importante darci un po’ di pace. A volte basta poco, solo un minuscolo no, per sentirci più lievi, più liberi.

Non importa in cosa si creda, o se si creda in qualcosa. Quello di Benedetto XVI è un gesto stupefacente del quale si aveva bisogno.

 

    Anna Talò

    Autrice, giornalista, consulente editoriale, traduttrice. È coautrice di "Io per prima. Storie di donne mantovane che hanno precorso i tempi" (Provincia di Mantova -2004); ha scritto "Le vere signore non parlano di soldi" (Corbaccio, 2007), "Meditazioni per donne sempre di corsa" (Corbaccio, 2011) e "Sii preparata! Esploratrici GEI da 100 anni" (Edizioni Cngei, 2011). A settembre esce, sempre per Corbaccio, il suo primo romanzo.

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    3 risposte a La sorpresa di Benedetto

    • Fabrizio Camellini scrive:

      Brava Anna, un articolo che ho letto con interesse condividendo tutto ciò che dice.
      Non so se ci sono “complotti” che eventualmente sarà la storia a decifrarli. Colgo invece un messaggio forte nell’azione del Papa che rinuncia. Dichiarare la stanchezza o la fatica o l’incapacità è un atto di grande intelligenza quando fatto liberamente. Potrebbe essere un esempio per tanti nel mondo…. Per lui non significa terminare la vita, ma passare a fare altro dove si sente di farcela. L’uomo ha delle “debolezze” (se così le vogliamo chiamare), e ascoltarle è segno di grande intelligenza perchè lo si fa per se stessi ma anche per gli altri.
      Brava Anna, bell’articolo.

    • Elio Paoloni scrive:

      “Un papa che smentisce la propria infallibilità.”

      Attenzione: il papa è infallibile quando parla ex Cathedra, ossia quando, “esercitando l’uffizio di Pastore e Dottore di tutti i cristiani, per la sua suprema apostolica autorità definisce una dottrina sulla fede o sui costumi doversi tenere da tutta la Chiesa.
      Benedetto XVI non avrebbe mai potuto smentire questo.

      eliopaoloni.jimdo.it
      http://www.eliopaoloni.it

      • Anna Talò scrive:

        Lo so. Ma quella frase è frutto di un ragionamento.
        Nessun papa dimissionario, quei pochi che ci sono stati prima di Benedetto XVI, ha ammesso una mancanza di forze – fisiche e spirituali – per assolvere al ministero petrino.
        Non volevo citarlo apertamente, ma accanto a una serie di patetiche teorie complottiste, si è parlato di qualche suo momento di smarrimento. E a questo posso anche credere, perché sarebbe perfettamente normale in un uomo di 85 anni, e per di più con problemi di cuore, continuamente sottoposto a grande stress.
        E se dovesse definire “una dottrina sulla fede o sui costumi eccetera” senza essere pienamente lucido?
        Forse Benedetto si è reso conto che una situazione di questo tipo poteva intaccare il dogma, ma facendolo ha – allo stesso tempo – ammesso che il papa è potenzialmente sempre fallibile, se sopraggiungono condizioni che ne minano la piena capacità mentale.
        E’ pur sempre un uomo, e non mi risulta che Gesù Cristo abbia mai parlato dell’infallibilità di Pietro.
        E’ la Chiesa che evolve.
        Proprio questo suo coraggio, l’ammissione della sua debolezza (che pure non dovrebbe essere una novità: «Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità… quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12, 9-10) me lo ha reso caro.

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