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Il valore delle regole

072514936-f31b4c42-b2a6-4455-abf4-cd2b51a5255dUno dei peggiori guai di questo disgraziato Paese è che siamo incapaci di essere tifosi solo negli stadi di calcio. Trasferiamo in ogni cosa questo bisogno impellente che abbiamo di essere o di qua o di là, senza considerare il dato oggettivo, senza prenderci il tempo di soppesare adeguatamente tutte le informazioni che ci bombardano, senza fare la fatica di essere equidistanti. La nostra pancia è sottoposta al superlavoro. È successo anche con il caso dei marò, per cui chi non sopporta le divise li vuole vedere ai lavori forzati in qualche orribile prigione indiana, e chi invece li vuole a casa e basta, perché il militare è un eroe a prescindere. Ma Massimiliano Latorre e Salvatore Girone hanno involontariamente aperto la porta non solo sui nostri pregiudizi, bensì su qualcosa di più grave: la condivisa riottosità alla regola, che pure è l’unico fragile baluardo che si oppone contro il sopruso.

Prima regola di un Paese civile: si è innocenti fino a prova contraria. I colpevoli devono pagare, e io sono una di quelle che poi butterebbe via la chiave, ma il reato deve essere dimostrato senza alcun dubbio. E questo – seconda regola di un Paese civile – si fa grazie a prove oggettive. Cominciamo col dire che più di un anno è passato, e ancora non è chiaro se la morte dei due pescatori indiani, Celestine Valentine and Ajesh Binki, sia avvenuta in acque internazionali, nel qual caso il giudizio spetta all’Italia. Ipotizziamo, allora, che emettere la sentenza spetti agli indiani: il peschereccio sul quale Valentine e Binki viaggiavano è stato affondato in porto, prima che potesse essere esaminato dai periti italiani, ed è sparito il navigatore satellitare che si trovava a bordo, così com’è stato sequestrato quello della nave italiana; le vittime sono state cremate prima che si potesse effettuare un’autopsia di parte, le perizie balistiche non sono più ripetibili perché i proiettili sono stati alterati durante le prove di laboratorio. Carlo Noviello, comandante in seconda della “Enrica Lexie”, ha testimoniato che non solo i marò non hanno sparato all’imbarcazione, mirando piuttosto all’acqua, ma non era neppure lo stesso natante, quello che si è avvicinato pericolosamente alla nave italiana. Questo giusto per dare un assaggio, perché le incongruenze nella ricostruzione sono tali e tante da essere scioccanti (potete approfondire QUI). Quindi il diritto alla difesa degli imputati è stato fortemente compromesso.

25274-maroAggiungiamo il carico da novanta, e cioè che i pescherecci indiani sono spesso coinvolti in “incidenti” di questo tipo: nel luglio del 2012, giusto per ricordare quello più eclatante, un’imbarcazione indiana si è avvicinata al rifornitore di squadra della flotta statunitense Rappahannock, ignorando gli avvertimenti, più volte ribaditi, di tenersi a distanza di sicurezza, rimanendo perciò coinvolto in una sparatoria, che ha lasciato sul ponte un altro pescatore morto e due feriti. Imperizia diffusa o disperata caccia a qualche ricco risarcimento? E il pasticcio messo in piedi dal governo uscente Monti, quello dei tecnici, quello del riscatto del prestigio italiano a livello internazionale («Appena i marò hanno votato, ve li rimandiamo; anzi no; anzi sì»), ha aperto un’altra porta, su un baratro ben più preoccupante. Gli indiani hanno revocato l’immunità al nostro ambasciatore Daniele Mancini, un atto di gravità senza precedenti, e nessuno ha fatto un plissé.

Siamo il terzo contributore dell’Unione Europea, facciamo parte del G8, eppure siamo stati fatti oggetto del peggior sgarbo sul piano diplomatico, senza che questo scatenasse il benché minimo scandalo internazionale. La ragione credo dipenda dal fatto che l’India, in capo al 2050, sarà la terza potenza economica mondiale insieme a Cina e USA. Noi, al contrario, siamo – in questo momento – proprio come un peschereccio indiano contro una nave militare: facili da spazzare via. Difatti, quando a essere coinvolti sono stati i security team della Marina americana, l’ambasciatrice statunitense a New Delhi, Nancy Powell, ha fatto una telefonata, ribadendo che i militari avevano fatto il loro dovere, e la questione si è chiusa lì. E, il 25 marzo scorso, soldati francesi a Bangui, nella Repubblica Centrafricana, hanno ammazzato due civili indiani, che non si erano fermati a un posto di blocco. Parigi ha ammesso l’errore; Holland si è scusato con il premier Singh. Fine.

E allora salta prepotente agli occhi che solo il rispetto partecipato delle regole può difendere il singolo individuo dall’invadente peso della politica e del denaro. Quelle regole che agli italiani stanno sempre strette, ma che sono le uniche, se applicate correttamente, che avrebbero potuto portare giustizia in questo caso intricato: se i marò sono innocenti, gli assassini dei due pescatori vanno in giro indisturbati. Se sono innocenti rischiano un’ingiusta detenzione, se non qualcosa di ben peggiore. Se sono innocenti, a questo punto, non lo sapremo mai. (Ed è uno dei motivi, fra tutti, per cui li rivorrei subito in Italia.)

 

    Anna Talò

    Autrice, giornalista, consulente editoriale, traduttrice. È coautrice di "Io per prima. Storie di donne mantovane che hanno precorso i tempi" (Provincia di Mantova -2004); ha scritto "Le vere signore non parlano di soldi" (Corbaccio, 2007), "Meditazioni per donne sempre di corsa" (Corbaccio, 2011) e "Sii preparata! Esploratrici GEI da 100 anni" (Edizioni Cngei, 2011). A settembre esce, sempre per Corbaccio, il suo primo romanzo.

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