Gay: basta non parlarne, da? | Speechless Magazine

Gay: basta non parlarne, da?

Negli stessi giorni in cui il presidente Barack Obama si rivolgeva ai «fratelli e sorelle gay», la Duma approvava in prima lettura, con un solo voto a sfavore, la proposta di legge contro la propaganda omosessuale davanti a minori. La definizione è così labile da farci stare tutto: qui non si vieta soltanto il Gay Pride per le strade di Mosca, basta che sia presente un minorenne e, persino una discussione a favore, entro le quattro mura di casa, diventa illegale.

Servono tre letture, perché diventi legge in via definitiva, ma le speranze che la tendenza venga invertita sono lievissime: secondo un sondaggio, il 65% della popolazione è d’accordo con questa decisione, e per i due terzi dei russi l’omosessualità è una malattia; inoltre una legge simile è già in vigore in diverse regioni della Russia, compresa San Pietroburgo.

Chi violerà le nuove disposizioni incorrerà in multe che vanno dai 100 euro per il singolo fino ai circa 15mila per le associazioni: in un Paese in cui il guadagno medio mensile è di circa 600 euro (esclusa la capitale), e il 13,9% dei russi porta a casa meno di 175 euro, si tratta di somme importanti.

Stalin, con l’art. 121 del 1934, sancì che l’omosessualità era un reato, si rischiavano cinque anni di carcere, e parliamo di quando era in vigore l’ateismo di Stato, non c’erano neppure motivazioni religiose a cui appellarsi; articolo che è stato abolito solo nel 1993. Ora siamo alla consegna del silenzio e, considerando la questione da un punto di vista squisitamente filosofico, è forse anche peggio, perché prima si prendeva atto della corporeità dell’Altro, mentre adesso lo si vuole rendere invisibile. Per di più, si mette sullo stesso piano, e si punisce allo stesso modo, chiunque voglia prendere posizione a suo favore: saranno ugualmente colpevoli. È un modo per fare vuoto intorno, per rendere più deboli, ancor più soli.

Per la verità, ci sono momenti in cui mi ritrovo a pensare che la libertà di parola sia un tantino sopravvalutata. È capitato, per esempio, quando un tizio mi ha scritto, su Facebook, che se vanno riconosciuti diritti alle coppie omosessuali, cosa impedirà di arrivare al matrimonio fra un padrone e il suo cane? In fondo, c’è un legame affettivo anche tra loro. Ma passa subito.

Non importa quale sia la vostra posizione: sì o no al matrimonio o al riconoscimento della coppia gay, sì o no all’adozione, sì o no a qualsiasi cosa. Ma impedire l’espressione pubblica significa togliere all’individuo la possibilità di venire riconosciuto. E per un animale sociale, quel che noi siamo, significa togliergli la possibilità di essere.

Sarà caduta la Cortina di Ferro, ma è rimasto evidentemente forte, nella Russia del 2013, il sentimento che si debba essere tutti uguali, senza percentuali minime (si considera che il 5 per cento della popolazione mondiale sia omosessuale) che vadano a turbare un panorama piatto e tranquillizzante, senza anomalie. Questi cittadini dovranno sparire dai radar, ovviamente continuando a contribuire al mantenimento di un apparato che non li riconosce, tanto da volerli rendere muti. Non avranno diritto neppure a sentirsi dire: no, tu no, perché non avranno la possibilità di chiedere o di farsi rappresentare.
Gay è l’acronimo di “Good As You”, valgo quanto te. Ma non è ancora vero.

    Anna Talò

    Autrice, giornalista, consulente editoriale, traduttrice. È coautrice di "Io per prima. Storie di donne mantovane che hanno precorso i tempi" (Provincia di Mantova -2004); ha scritto "Le vere signore non parlano di soldi" (Corbaccio, 2007), "Meditazioni per donne sempre di corsa" (Corbaccio, 2011) e "Sii preparata! Esploratrici GEI da 100 anni" (Edizioni Cngei, 2011). A settembre esce, sempre per Corbaccio, il suo primo romanzo.

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