Dagli abissi: il dramma culturale italiano | Speechless Magazine

Dagli abissi: il dramma culturale italiano

Divagazioni sul concetto di trasgressione e sull’italico destino

Mi sono sempre chiesta che cosa provassero quegli scienziati che, su apposite navicelle, vengono calati nel profondo degli abissi a scopi esplorativi. Recentemente mi è capitato di vedere un documentario e studiavo con ansia e ardore gli occhi di coloro che dall’interno di questo cubicolo si trovavano avvolti dalle acque nere, separati da esse solamente grazie a uno spesso strato di vetro. Mi chiedevo se anche lo scienziato dal sangue più freddo, quello a cui la mano non trema mai, in una situazione simile non abbia anch’egli un sano guizzo di terrore. Ecco cosa cercavo nei suoi occhi. Forse anche a lui passa per la testa il dubbio che, nonostante le innumerevoli prove di laboratorio, nonostante la fede granitica verso madre scienza, prima o poi quel vetro multitestato si crepi. E che quelle adorabili creature mostri dotati di denti affilati e corpi fluorescenti si accaniscano finalmente contro l’umano invasore. Come osi, tu, varcare la soglia e penetrare nel nostro mondo? Quelle terrificanti bestioline che da bambina osservavo con autentico orrore – e una buona dose di eccitazione – nel primo volume dell’enciclopedia illustrata di famiglia, sotto la voce abissi, creature degli.

Mi sono chiesta anche: c’è un momento in cui il suddetto esploratore, una volta superata l’ebbrezza del momento, venga colto dallo spasimo di tornare subito in superficie? Un improvviso, folle anelito a tornare al sicuro: far schizzare la navicella come una scheggia impazzita, fuggire dalle acque nere, via verso la luce. La saggezza popolare dice che per riprendere a salire bisogna prima aver toccato il fondo. Ma quand’è che il fondo è fondo? Mi dicono che la nave da crociera si muove, fra un po’ potrebbe sprofondare negli abissi. Quelli veri, fuor di metafora. E se rimanessimo nella metafora?

Noi siam gente di lettere, abbiamo radici in terra e testa fra le nuvole, raccogliamo vibrazioni e le trasformiamo in pensieri. Le analisi giornalistiche, sociologiche etc etc le lasciamo volentieri ad altri, a chi le sa fare. In molti mi dicono anche un’altra cosa: che la nave da crociera, cosí paurosamente inclinata sulle acque, quasi una triste colossale creatura agonizzante che invoca pietá, sia la perfetta metafora – un’altra  del nostro paese. Il nostro paese. Il mio paese. Da emigrata sospiro tristemente a guardarlo affondare, declassare, impoverire. Quanti verbi consumati nel tritacarte mediatico. Ma l’affondamento-inabissamento non è certo iniziato l’altro ieri. Le piaghe innumerevoli dell’italico stivale sono appunto innumerevoli e hanno radici profonde. Non sta a noi analizzarle tutte. Quel che ci preme è quel che si respira nell’aria, quel che sentono e soffrono i singoli, le palpitazioni. Parto da un esempio di cultura giovanile, che cosí spesso è uno specchio dei tempi. 

A fine anni settanta, qui nel Regno Unito, in tutto il paese imperversava l’urlo impertinente del punk. “I am an antichrist, I am an anarchist” urlava nel microfono Johnny Rotten, Sex Pistols. Era acerbo, era disordinato, ma diceva qualcosa: da una parte c’erano quel che si chiamano le istituzioni, le regole, le cosiddette autoritá costituite. Dall’altra una grande voglia di rompere quelle regole, guidati da una forte, per quanto sommaria, volontá di cambiamento; in una parola: trasgredire. Un ipotetico Johnny Rotten italico dei nostri giorni (lo so, mettetevi pure a ridere) cosa avrebbe da dire?

Facciamo ordine. Trasgredire: dal latino transgredior, andare oltre. Ora, il discorso è molto semplice: trasgredire vuol dire andare oltre, oltrepassare i confini. Se tu non hai più confini, non c’è più trasgressione. E nemmeno il gusto di trasgredire, quello che animava i suddetti punk. Rimane solo il dis-gusto. Tutto perde di appetibilità. Ma questo è solo un corno del problema. Tutto prende una patina di pericolositá. Tutto è permesso e permissibile. Ogni azione, ogni pensiero. Lí dove non ci sono limiti e suddivisioni di alcun tipo, non c’è più qualcosa di maggiormente importante, di prioritario rispetto ad altro. Tutto è edulcorato in questa nebbia di permessibilitá. La mente umana e l’animo umano hanno molte pericolose predisposizioni. Una di queste è il fatto di abituarsi a tutto, il che non è necessariamente un male: ma la mente umana, dicevo, si abitua, gradualmente o meno, proprio a tutto, anche all’indicibile. Nel processo di edulcorazione, in cui la nebbia avvolge i nostri cervelli e il nostro sentire, presto si giunge ad un altro livello, quello della saturazione. Di fronte alle follie o alle vere e proprie efferatezze umane dapprima compare un sussulto di indignazione poi, complice il silenzio del resto della compagine umana e il reiterarsi continuo di quelle efferatezze o banali follie quotidiane, il moto indignatorio si affievolisce e si comincia a percepire una sorta di abitudine. Lo sanno bene coloro che hanno indirettamente appoggiato le dittature nazi-fasciste, riparatisi più o meno consciamente dietro il paravento della mera esecuzione degli ordini. Lo sanno bene, andando a un esempio completamente diverso, gli spetattori televisivi italiani, che hanno assistito negli ultimi venti o trent’anni un graduale imbarbarimento del linguaggio televisivo, dove in particolare ci si è “abituati” al regolare uso della figura femminile come mero, muto richiamo sessuale, fino al punto di non suscitare più scalpore.

Aggiungiamo un livello ulteriore. Alla progressiva abitudine, saturazione e spegnimento degli ultimi residui di capacitá critiche si aggiunga pure il completo rovesciamento del valore: cioè, quel che prima veniva chiaramente individuato come oltrepassamento del limite, l’esempio negativo da evitare, viene assurto a modello. Esattamente come la punta estrema dell’iceberg che sta sotto acqua, negli abissi, tanto per tornare alla metafora. Come se una mano gigantesca avesse afferrato l’iceberg e l’avesse rovesciato. Di fronte alla ragazza seminuda che ancheggia dinanzi alle telecamere nelle ore preserali, non è indignazione il sentimento prevalente, nè rabbia nè tantomeno – alè! – un sussulto di dignitá: è l’ammirazione, la volontá di emulazione, la consapevolezza che quella donna lí ce l’ha fatta e quindi devo fare anch’io allo stesso modo. Di fronte a un’alta carica dello stato che ha conquistato e si mantiene la posizione grazie a furberie e/o ladronerie, l’emozione principe è l’invidia e, di nuovo, l’ammirazione. Senza vergogna alcuna.

Ma cosa è successo? I bambini hanno un bisogno vitale di avere dei limiti: checchè ne pensino i sostenitori delle linee educative più lassiste, il bambino ha bisogno della regola e dell’autoritá . Quando compaiono i primi episodi di aggressivitá nei bimbi, ti insegnano a insegnar loro (eh sí, non ci s’improvvisa educatori!) a non fare di testa propria: se subiscono un torto da parte di un compagno, che sia un calcio o una botta, non devono replicare indietro, bensí devono imparare ad andare dall’insegnante e comunicare a lei/lui cosa è successo. Questo si chiama rimettersi nelle mani dell’autoritá. Perfetto. Ma che succede se il torto subito viene impartito dall’autoritá stessa? Che succede se la comunitá fornisce, nei suoi membri rappresentativi, modelli di “rottura delle regole”? Che succede se lo stato con una mano protegge i privilegi della sua casta e con l’altra perseguita o abbandona, a seconda del caso, i suoi più onesti cittadini, quelli che attoniti vedono l’iceberg rovesciarsi? Mamma, da chi vado io se è la maestra a darmi un calcio nel sedere? Nella tragica vicenda che purtroppo ben simboleggia il nostro paese c’è un dato rilevante da sottolineare: il fatto che tutti, dico tutti, abbiano pensato alla stessa metafora, indica che c’è un comune sentire. C’è quindi una consapevolezza dell’affondamento. E quindi? Detto questo, perseveriamo, con la nostra folle abitudine mentale, a sfiorare coste, a intraprendere percorsi non autorizzati, a far sfoggia del nostro oltrepassare le regole, nel pressapochismo che tanto ci contraddistingue, sull’onda del “non si potrebbe fare, peró…”? C’è’ un sano rigurgito, una spinta feroce e istintiva a venir via dal nero abisso, verso la luce?

In un’epoca e societá come quella nostra, dove tutto è trasgressione e quindi nulla lo è, dove l’anarchia (non nel senso storico del termine, ma in senso di assenza di regole) è la regola summa, non è che la vera trasgressione è quella di volere, pretendere, dei limiti? Il paradosso più ecclatante, nel parossismo lassista dei nostri tempi, è che il vero trasgressivo è quello che vuole le regole. Mi par di capire che i giovani italiani di oggi, molto lontano dai punk inglesi o anche italiani degli anni ’70, abbiano una gran voglia di stabilitá. Altro che destabilizzare, a sovvertire le regole non servono i punk, “bastano” i vari gangli di potere (non solo politico) sparsi nella societá. Chiedono sicurezza per il proprio futuro. Chiedono di emergere dalle nebbie, chiedono che ci siano dei percorsi rispettati e che li rispettino tutti, per primo chi le regole le fa. Chiedono di poter lavorare sui propri progetti, dopo aver speso anni in fatica e formazione. Etc etc, l’elenco sarebbe ancora lungo. Io lo so che queste persone ci sono: sono quelle che ancora si indignano, che ancora lottano per un grammo di giustizia, personale o collettiva. Ma la maggior parte di loro son sole e lo stupore di fronte all’iceberg rovesciato si è tramutato in gelida, triste rassegnazione. L’autoritá costituita si è tramutata in caotica, sfacciata anarchia costituita e i singoli si piegano inevitabilmente nel loro solipsismo, nel timore forse che una lotta solitaria contro il mostro di ghiaccio porti alla follia, come tanti novelli Don Chisciotte. Mi dicono anche che stia iniziando un sussulto, che più di qualcuno stia tentando di uscire dal proprio guscio di disperato, rassegnato solipsismo. Ma quante generazioni occorreranno per sovvertire questo gigantesco dramma culturale? Non mi preoccupano tanto le condizioni economiche del paese, quanto la famosa deriva culturale che ci sta alla base. Come fai ad estirpare in poco tempo abitudini, pensieri, comportamenti che sono entrati come virus nelle nostre menti? Quale tremendo sforzo bisogna fare?

Io mi occupo di letteratura gotica e affini, sono avvezza a sentimenti e sensazioni come paura, orrore, senso di incertezza. Noi scribacchini di storie siamo ben consapevoli che la vita reale è la fonte primaria e insuperabile di ogni tipo di orrore e di follia. I brividi più grandi li ho nel vedere la nave sul ciglio dell’orrido. Pronta per una lenta, inesorabile discesa nell’abisso, in un perpetrarsi interminabile della metafora. Vorrei avere una smentita, la anelo. Vorrei qualcuno che mi contraddicesse, in maniera veemente ed appassionata. Vorrei vedere l’esploratore risalire sereno in superficie, dopo essere stato negli abissi.

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