Bullismo cibernetico | Speechless Magazine

Bullismo cibernetico

Il suicidio di Caro, la ragazzina di 14 anni che, a Novara, si è lasciata cadere nel vuoto, ha riaperto in questi giorni il dibattito sul cyber bullismo. Quali che siano le reali motivazioni del suo suicidio, gli amici sono convintissimi che, se non fosse stata presa di mira su Facebook, non sarebbe successo quel che è successo, ipotesi – perché il paradosso fosse completo – che ha preso corpo su Twitter.

Poi ci si è messo il Moige, il Movimento italiano dei genitori, che ha definito i social un far west, non garantendo la sicurezza dei ragazzi. Spiace per il Moige, ma gli anni di scuola sono sempre stati un far west, anche quando la Rete non c’era: io ricordo un gruppetto di vincenti, una massa indistinta, e qualche bersaglio mobile. Ricordo anni di solitudine e disperazione. Mia madre mi consigliava: “Ignorali”, un suggerimento inapplicabile, naturalmente, perché la scuola è un mondo piccolo e dove puoi nasconderti? Quel che, però, rende il mondo davvero piccolo è la necessità impellente di far parte di un gruppo, di essere come gli altri, di essere popolari, altrimenti sarebbe facile, anche ora che i confini sembrano dissolti nell’enorme universo del web. Si potrebbe chiudere l’account su FB e lasciare i cani senza osso.

I social, come qualsiasi altro strumento a nostra disposizione, in realtà sono neutri. Dipende da chi li maneggia, e se gli adolescenti si comportano come si sono sempre comportati, il vero problema sono gli adulti. Chiunque sia iscritto a FB o TW lo sa: diventati maggiorenni, non si chiamerà più bullismo, ma sempre di violenza si tratta. C’è chi, dietro a una tastiera, si sente un pistolero, coperto da una tuta integrale di kevlar: praticamente invulnerabile e nella possibilità di colpire chiunque altro con insulti e volgarità. Cose che non sarebbe capace di ripetere di persona, neppure sotto minaccia armata. Aggiungiamoci poi le notizie false, divulgate solo per attirare l’attenzione – ultimamente su Twitter hanno dato per morta Megan Fox, nonostante la tempestiva smentita della diretta interessata – e il gioco è fatto.

È difficile chiedere a un teenager di comportarsi a modo, se poi arriva nella piazza virtuale e legge certe nefandezze, scritte da chi dovrebbe rappresentare un esempio di comportamento adulto. Quand’ero ragazzina, avevo l’idea che le regole sarebbero cambiate, crescendo; che le relazioni sarebbero state improntate alla civiltà, non importa quanto ipocrita: ma l’ambito lavorativo o sociale richiedeva atteggiamenti consoni alla situazione, se non si voleva incorrere nell’emarginazione. Bastava reggere ancora un po’, ancora un po’, e sarei entrata in una zona sicura.

Oggi, invece, si ha la precisa sensazione che nulla cambierà mai, e che qualsiasi condotta rimarrà impunita. L’ovvia conseguenza è che tutto sia lecito, anche prendersela con una ragazzina di 14 anni. È triste non sapersi comportare, se non c’è lo sceriffo che ci controlla, per poi lamentarci perché lo sceriffo ci controlla. Cosa che si potrebbe evitare facilmente, se solo si fosse beneducati – lo so, è diventata una parola demodé –, e non si cadesse nella tentazione di superare i limiti, tanto cosa vuoi che ti facciano? Il problema non sono le vetrine, semmai sono i vetrinisti (cioè noi).

    Anna Talò

    Autrice, giornalista, consulente editoriale, traduttrice. È coautrice di "Io per prima. Storie di donne mantovane che hanno precorso i tempi" (Provincia di Mantova -2004); ha scritto "Le vere signore non parlano di soldi" (Corbaccio, 2007), "Meditazioni per donne sempre di corsa" (Corbaccio, 2011) e "Sii preparata! Esploratrici GEI da 100 anni" (Edizioni Cngei, 2011). A settembre esce, sempre per Corbaccio, il suo primo romanzo.

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